Secondo il Future of Professionals Report 2026 del Thomson Reuters Institute, l’intelligenza artificiale è ormai utilizzata con frequenza crescente nei servizi professionali. Tuttavia, tra l’adozione degli strumenti e la capacità di ottenere un effettivo miglioramento del servizio resiste un divario significativo.
L’AI può ordinare informazioni, sintetizzare documenti e predisporre prime bozze, rendendo più rapide molte attività ripetitive. Il suo utilizzo, però, non sostituisce il giudizio del professionista.
Il Report richiama anche il fenomeno della shadow AI: l’uso, da parte di collaboratori o professionisti, di strumenti non autorizzati o non governati dall’organizzazione. Spesso nasce dall’esigenza di lavorare più velocemente, ma può esporre lo Studio a rischi di riservatezza, perdita di controllo sui dati e risultati non verificabili.
Un risultato generato dall’AI può apparire convincente senza essere necessariamente corretto, completo o adatto al caso concreto. Restano quindi essenziali la verifica delle fonti, l’interpretazione del contesto, la valutazione dei rischi e la responsabilità della decisione.
Per evitare che l’AI resti una pratica individuale e poco trasparente, occorrono strumenti approvati, procedure chiare e controlli proporzionati. Il tempo recuperato grazie alla tecnologia può così essere reinvestito nella qualità della consulenza: ascolto del cliente, prevenzione dei problemi e spiegazione delle alternative possibili.
L’AI produce valore quando è inserita in un metodo affidabile e sotto il controllo consapevole del professionista.
